Storytelling e Native Advertising: la pubblicità del futuro

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La pubblicità è l’anima del commercio, almeno così dicono. Premesso che non esiste pubblicità che possa coprire la delusione derivante da prodotti o servizi scadenti, è anche vero che esistono modi e modi di fare pubblicità: ed in un periodo segnato dai velocissimi cambiamenti del web, questo concetto assume mille sfaccettature diverse. Tu sicuramente avrai già avuto a che fare con i famigerati pop up promozionali, o con i banner pubblicitari che catturano i tuoi interessi e che ti mostrano, all’interno dei siti web, specifiche promozioni che ti fanno sentire letteralmente violato nella tua privacy: adesso prova ad abbandonare i tuoi panni di utente medio, e a vestire quelli di un’azienda che ha investito fior fior di quattrini in quegli strumenti. E poniti questa domanda: con quale coraggio dovrei pubblicizzare la mia attività in un modo così invasivo e fastidioso? La risposta è semplice: non devi. Il futuro dell’advertising, infatti, parla la lingua del Native e dello Storytelling.

storytelling

Si parte dallo Storytelling

Raccontare è un’autentica arte: che si tratti di una favola, di un’esperienza personale, della storia di un brand o anche di una motosega per potature, ciò che conta davvero è come si esprimono certi concetti, senza far prevalere il senso promozionale e soprattutto senza stufare chi legge. Lo Storytelling è esattamente questo: raccontare per pubblicizzare, ma senza darlo a vedere, coinvolgendo l’utente in una lettura (o visione di un video) che sia interessante, appassionante e persino emozionante. È una mera questione di brand awareness: un’azienda che sa come fare del sano Storytelling all’interno dei suoi contenuti, ha il potere di attirare un potenziale cliente, di spingerlo all’acquisto e successivamente di fidelizzarlo. Ovvero la prima regola del marketing.

Come fare Storytelling

Partiamo dall’ovvio presupposto che fare Storytelling non è come bere un bicchiere d’acqua: serve una totale padronanza dell’italiano, la capacità di tenere incollati allo schermo i lettori, e la creatività giusta per distinguersi dalle banalità che inondano il web. Non è un lavoro per tutti, e se tu sai di non poterlo affrontare, è sempre il caso che ti rivolga ad un bravo copywriter che curi i tuoi contenuti. Se invece vuoi pubblicizzare da te la tua attività, perché senti che è giusto così, e perché sai che nessun altro sarebbe capace di esprimerla meglio, fai bene a provarci. Mal che vada, imparerai con l’esperienza. Cerca di trovare una tua strada, di differenziarti dai tuoi competitor e di non cadere mai nell’errore di copiare un contenuto altrui: Google se ne accorgerebbe, e non partiresti esattamente alla grande con il tuo progetto di pubblicità nativa.

Dallo Storytelling al Native Advertising

Il primo passo lo hai appena compiuto: hai capito di saper raccontare la tua storia, oppure hai trovato chi lo fa per te. Bene, adesso che hai risolto il problema “creativo”, ti starai probabilmente domandando: e la pubblicità, come la inserisco? La risposta è che esistono tanti modi per farlo: c’è chi accoppia ad un contenuto i banner pubblicitari, puntando sulle visualizzazioni della pagina (alle volte anche con mezzi poco corretti come il link bait) e chi, invece, sceglie di inserire la pubblicità vera e propria all’interno del testo. In quest’ultimo caso si parla di Native Advertising: la pubblicità è appunto “nativa”, si trova all’interno del testo sotto forma di link, e viene generalmente legata ad una keyword per soddisfare anche le esigenze di Google.

Come funziona il Native Advertising

Il Native Advertising funziona grazie a due fattori: da un lato il carattere creativo ed interessante del testo, che spingono il lettore a non fermarsi alle prime due righe, ma ad approfondire la lettura. Dall’altro il cosiddetto “branded element”, ovvero un link legato ad una parola chiave che, se cliccato, indirizzerà il lettore verso il contenuto sponsorizzato (un prodotto, un servizio oppure una semplice vetrina aziendale). La pubblicità nativa, dunque, spinge l’utente ad interessarsi ad un contenuto e a vederlo come un qualcosa di realmente utile. Questo meccanismo di “affezione” lo spingerà a vedere il link pubblicitario come una sorta di scambio: tu mi dai un contenuto utile per quelle che sono le mie esigenze del momento, ed io rifletto sulla possibilità di rivolgermi ai servizi che stai offrendo (o sponsorizzando) per risolvere il mio problema. È tutta una questione di fiducia: fondamentale per bypassare l’ovvio fastidio che una pubblicità non richiesta causa nel lettore, come ad esempio nel caso dei pop up e dei banner.

Il Native ed il Link building esterno

La pubblicità nativa offre anche un’altra occasione per sponsorizzare i tuoi servizi o i tuoi prodotti. Se ad esempio possiedi una piccola attività che ancora nessuno conosce, puoi pensare al Native Advertising in combinazione con il Link building esterno. In questo caso dovrai occuparti della realizzazione di un contenuto interessante, unire il link del branded content ad una keyword (oppure inserire il link nudo e crudo), e poi cercare un influencer di settore che lo pubblichi all’interno del suo blog: più il blog è visitato, più avrai la possibilità di ottenere nuovi clienti “brandizzati” e di aumentare la popolarità del tuo sito su Google. Come potrai immaginare, nessun influencer offre questo servizio gratuitamente: se scegli questa interessantissima strada, dovrai dunque mettere in conto una spesa commisurata alla popolarità del blog che hai scelto per piazzare il tuo articolo.

Addio pop up e banner?

Il Native Advertising è indubbiamente la pubblicità del futuro. Il motivo è dovuto sia alle componenti psicologiche che abbiamo visto poco sopra, sia al fatto che i banner ed i pop up sono destinati all’estinzione, per via dell’uso sempre più frequente che gli utenti fanno degli AdBlock: software che intercettano le pubblicità classiche prima che arrivino sullo schermo dell’utente. Un problema che con la pubblicità nativa non sussiste.

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